dic 31 2009

Dalla punta guardando l’orizzonte

Sul porto di San BenedettoSono abbastanza sicuro, domani a quest’ora non sarò al computer, ma probabilmente starò giocando a Taboo o a Trivial (sperando di vincere).

Non sono tipo da bilanci di fine d’anno, anche perché ho sempre detto che il mio capodanno è a febbraio (a data variabile), stavolta però per una serie di coincidenze questi giorni segnano comunque una svolta.

Il 2009 per me è stato un anno lungo, in cui giorno dopo giorno sono emerse sfide e difficoltà, sono avvenuti incontri e molti cambiamenti.

E’ stato l’anno, per me, di una presa di posizione politica esplicita, oltre la semplice espressione di un voto o di una personale inclinazione. La candidatura alle elezioni provinciali l’ho accolta con incoscienza e con partecipazione. Poi però è arrivata una riflessione più profonda e l’allontanamento dal percorso intrapreso dagli altri. Non credo che si tratti di un percorso sbagliato, nelle intenzioni e negli obiettivi, ma penso che fraintenda profondamente il momento di trasformazione in atto nella società. Meglio, che ne colga e stigmatizzi solo gli elementi negativi, senza rilanciare alcune dinamiche positive e senza dare il giusto peso ad un improcrastinabile ricambio generazionale.

Poi c’è stata la chiusura di Graduus, il cambio degli obiettivi personali e delle forze da mettere in gioco e insieme c’è stato il rientro in Università, lasciata proprio per far nascere quel progetto. In questi giorni potrebbero esserci altri sviluppi. Vedremo.

Ci sono stati quest’anno gli incontri, Alessia e Getulio e Sonia, Michela e Roberta, Eleonora e Giulia, Vincenzo e Massimo, Pino, Olimpia e Paolo, e Gian Luigi. E quei marchiciani sociali che girano per aperitivi. E se ha ragione Vinicius de Moraes, che la vita è l’arte dell’incontro, allora quest’anno ho vissuto davvero bene.

Poi c’è stato InTraverso, che è iniziato il primo d’agosto e ancora non è finito. Il viaggio da Novafeltria ad Arquata del Tronto, a piedi e coi mezzi vari, è terminato a ferragosto. Ma il percorso di comprensione delle Marche è appena iniziato. Siamo una regione di vecchi con la vista che s’abbassa e l’udito che ci abbandona. Fuori delle quattro mura sbrecciate dei nostri borghi tutto è cambiato e noi siamo come vergare a raccontarci sempre le stesse storie, a ricordare le storie del bel tempo passato. Attaccati alla speranza che l’incubo della modernità finisca e si possa tornare ai natii borghi selvaggi, dopo aver devastato le valli con capannoni industriali deserti. Ci sono persone che sono più responsabili (più colpevoli) di altre in questa desolazione. Ci sono persone meritevoli, che lavorano giorno per giorno sulla linea del cambiamento e del miglioramento delle nostre condizioni di vita.

Il tipo nella foto, là, guarda il mare. Dalla punta del porto di San Benedetto del Tronto. Un porto di poche barche ormai, di pochi marinai, di una città che s’è persa da quindici anni. Cosa vede all’orizzonte?

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dic 30 2009

L’etica da Q a Pekka

Questa storia va raccontata partendo dalla Germania (anno 2001) dove confina con l’Olanda e il Belgio. Ero ad Aachen per fare visita ad un’amica in Erasmus, proveniente da Marsiglia dove mi aveva ospitato una mia amica di ICQ (bisous, Pascale). Ad Aachen c’è la Cappella Palatina di Carlo Magno (Aachen=Aquisgrana, la capitale del Sacro Romano Impero) e molte statue e siccome è vicina a Köln (Colonia) si trova la birra kölsch, attraverso la quale ho scoperto le birre regionali tedesche. La città è molto bella e molto viva, grazie anche agli studenti universitari, e all’Aoxomoxoa mi sono sentito molto piccolo mentre pogavo sui Rage Against the Machine (poi ho scoperto che il nome del locale veniva da un disco dei Grateful Dead).

Ad Aachen oltre a queste belle cose ci sono le terme e la fabbrica della Lindt, che per andarci abbiamo preso un autobus che aveva un capolinea in Germania e l’altro in Olanda, ed era bello e molto europeo.

Su quest’autobus un ragazzo si avvicina e rivolto a me e alla mia amica (aveva capito che eravamo italiani) ci chiede se conoscevamo Q e se l’avevamo letto. Q l’avevo letto e rimasi sorpreso che fuori d’Italia qualcuno lo conoscesse.

Stasera sono stato in birreria con un’altra amica (Bush di Natale, 13 piacevolissimi gradi) e a un certo punto ho cominciato a sproloquiare dilivres de chevet. Quei testi da tenere sempre a portata, sul comodino o a mente, quelli che ti ispirano nelle giornate.

Alla fine ho messo a fuoco che, per me, Q di Luther Blisset e l’Etica hacker di Pekka Himanen sono due libri fondamentali per la nostra generazione (o almeno per la cyberborghesia cara a Giovanni). Perché in entrambi i libri c’è una tensione alla speranza e al futuro che difficilmente ho riscontrato altrove, anche in analisti più puntuali o in romanzieri più avvincenti.

Non si tratta, alla fine, di quanto siamo bravi a leggere il nostro tempo, ma di quanto siamo capaci di assumere su di noi la responsabilità di farci artefici (faber fortunae suae) o nocchieri (gubernator) in gran tempesta.

C’è un sacco da fare.

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