gen 19 2010

Canto e disincanto – Battisti, il cavallo e Prudente

Questa sera presso il circolo culturale Babazuf di Castel di Lama terrò il primo di una serie di incontri sulla canzone italiana. Vista l’occasione ne approfitto per pubblicare sul blog un articolo in uscita per la rivista Over.

Durante gli anni ’60 i romanzi di Jack Kerouac e i fondatori della beat generation avevano contribuito a diffondere il mito di un viaggio-vagabondaggio che più che un attraversamento di luoghi era un percorso di scoperta della propria dimensione interiore. Anche tra i giovani d’Italia circolavano racconti di avvenure ad Amsterdam e Londra, di leggendari viaggi fino a Capo Nord in autostop o di ancor più mitiche escursioni negli ashram indiani pubblicizzati dai Beatles.

Non stupisce quindi che all’inizio degli anni settanta nel percorso personale di un musicista o più in generale di un’artista trovasse spazio un “viaggio di formazione” e soprattutto che questo avesse una dimensione pubblica (d’altra parte già da una decina d’anni erano stati fatti pubblici anche il servizio militare di Elvis Presley o Gianni Morandi..).

Nel 1970 Mogol aveva 34 anni e Lucio Battisti 27. Su proposta del paroliere i due progettarono un viaggio a cavallo da Milano a Roma che ebbe luogo tra giugno e luglio. Battisti lo raccontò in tre articoli per “Tv-Sorrisi e Canzoni”, ma il segno più importante di quell’esperienza si manifestò nell’album Amore e non amore.

La partenza avvenne il 21 giugno dalla Cascina Longora, nel comune di Carpiano, Leggi tutto

Possibly Related Posts:


gen 17 2010

Avatar e la propaganda della green economy

imag001 Avatar e la propaganda della green economyIeri sera tornavo dalla visione di Avatar e cominciavo a pensare di buttar giù qualche idea suggerita dal film. Ho raggiunto degli amici per una birra e un paio di loro erano stati a vederlo il giorno prima. Questa mia amica ha detto subito “non mi è piaciuto, è una retorica vecchia, il film è scontato”. Mi sono ficcato in una discussione piuttosto appassionata che mi è servita però per mettere in chiaro diverse cose.
Il punto di partenza è che Avatar è un film per la massa. Non è un film per geek e non è un film da vedere in una saletta con quattro cinefili. Va visto con un cinema pieno di gente e pop corn. Va visto con chi guarda il Grande Fratello e si sbraccia per X-Factor.
Il secondo punto è che la trama è semplice, lineare, perfettamente comprensibile. Non devi aspettarti colpi di scena spiazzanti. Le cose andranno come è giusto che vadano.
Il terzo punto è che gli effetti speciali “mascherano” i messaggi. Attento a goderti gli effetti di spazialità offerti da una porta sporca, piuttosto che dai voli tra i rami degli alberi, nemmeno ti accorgi di cosa sta dicendo il film.
Il quarto punto è che è un film pieno di citazioni. La rete delle citazioni è costruita sulla cultura pop del pubblico che andrà a vedere il film e il “già visto” aiuta la decodifica dei messaggi. Il modello del colonnello dei marines è certamente Robert Duvall in Apocalypse Now, che fa surf sul Mekong mentre la cavalleria aerea lancia napalm tutto intorno. Lo shuttle bianco con la prua trapezoidale si chiama Valkyria come l’astronave da bombardamento del videogioco Starcraft.
Il passaggio cruciale però è quello del senso del film. Qual’è il messaggio? Di cosa parla questo blockbuster?
A mio parere Avatar è un film di propaganda (almeno quanto e come lo era Casablanca).
L’obiettivo principale è mettere al centro, per le masse, il concetto di equilibrio nella natura. Mentre in Star Wars l’equilibrio nella forza è riconducibile allo scontro tra Bene e Male, in Avatar l’equilibrio naturale fa più riferimento al ciclo della vita, al comune destino delle specie naturali con ritualità che sembrano prese in prestito dagli Indiani d’America. Diversi elementi nel film sembrano collegare i Navi anche ai Night Elves di Warcraft.
Semplifica il concetto di rete e di intelligenza collettiva/connettiva che era così centrale in Matrix. Semplificandolo e portandolo ad un livello “magico” fortemente emotivo.
Inoltre c’è un rovesciamento del punto di vista che, in un film di così largo consumo, è insolito. I marines sono i cattivi, sono venduti a degli affaristi che per denaro turbano lo scorrere naturale della vita. Certo il punto di vista a favore dei selvaggi non è nuovo (da Soldato Blu a Balla coi lupi) ma in un film di fantascienza rappresenta qualcosa di più perché, per paradosso, è proprio la tecnologia ad essere sconfitta dalla natura. Ve li immaginate gli americani, con due fronti di guerra aperti, che a fine film urlano “marines go home”?
E voi che ne pensate?

Possibly Related Posts: