L’estate

Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Allenatore, Enzo Bearzot. E i pantaloncini di acetato, il Tango e il Super Santos che svolazza, la maglia del Bologna regalata da una zia per quella della Sambenedettese. E le estati lunghe, tra il mare e il canotto e il cartone animanto di Naranjito. Tutti contro tutti e i cancelli per porte da una parte all’altra della strada, le macchine abbozzate e il pallone sotto la marmitta. La pipa del Presidente. Santillana e Keegan e Zico e il Cameroun e lo sceicco. E le onde del mare grosso che ti ribaltavano. E salire e scendere le scale di corsa. E tu che esultavi con noi e poi eravamo alla Rotonda, tutti.

La morale sulla Casa del Moralista

800px TerracinaTempioGioveAnxur4 La morale sulla Casa del MoralistaLa notiziadi un nuovo crollo a Pompei l’ha data Repubblica, per prima:

NAPOLI – Ancora un crollo a Pompei sulla direttrice degli ultimi sedimenti. A cedere è il muro perimetrale della “Casa del moralista” chiusa al pubblico da sempre e situata a 20 metri dall’edificio crollato circa un mese 1 fa su Via dell’Abbondanza. Il crollo riguarda un muro di fondo della casa che faceva da contenimento al peristilio, al giardino della domus. Sono caduti sei-sette metri di materiale “incerto”, fortunatamente di scarso valore, formato solo da tufo e calcare.

Ovviamente sotto accusa è il ministro Bondi, su cui pende un voto di sfiducia a breve. La giornalista che ha redatto il pezzo però prende un granchio grosso come una casa. Sostiene infatti che il “materiale incerto” sia di scarso valore.
Da un giornalista che vuole fare la morale a qualcuno m’aspetto che almeno sappia cosa sta dicendo.

“Opus incertum” o “opera incerta” è una tecnica edilizia romana, come dice anche Wikipedia.

L’opera incerta (opus incertum) è una tecnica edilizia romana che riguarda il modo in cui viene realizzato il paramento di un muro in opera cementizia.
A Roma e nei dintorni fu utilizzata soprattutto dagli inizi del II secolo a.C. fin poco dopo la metà del I secolo a.C., ma può essere presente anche in epoca successiva in costruzioni private di non grande impegno e per i terrazzamenti.
Foto Wikipedia.

 

San Benedetto che verrà

209  500x ondasuonda San Benedetto che verrà

Questo testo mi è stato chiesto da Emidio per una raccolta di note su Facebook in cui alcuni stanno dicendo come vedono la San Benedetto che verrà. La raccolta completa la trovate a questo indirizzo:

http://www.facebook.com/notes.php?id=1597517156&notes_tab=app_2347471856


Mio padre mi lasciava con la macchina davanti all’Upim e poi facevo a piedi il viale, passavo davanti a Sciarra e andavo verso via San Martino. Da Angelo compravo una pizza per la ricreazione e poi entravo a scuola per la mia quarta e quinta elementare, alle Leopardi.

Mio padre proseguiva con la sua Kadett verde che il sale nell’aria avrebbe fatto squamare. Andava alla Surgela da Grottammare, dove ci eravamo trasferiti da poco, lasciando un territorio familiare che andava dalla Cassa di Risparmio di viale de Gasperi e dai frati fino ai Sacramentini. Intorno c’erano i terrazzi su cui si passava l’estate degli ufo a guardare il cielo, la vela gialla della Pupina Serena con il suo Leone e la targa all’ospedale vecchio, la rete del Ballarin e la bottega di Domenico a cui, duenne, avevo recitato valàcastronaroripachimentisimonatobasilico, meraviglia dei grandi.

Una mattina come le altre, novembre ’82, quando mio padre mi fece scendere dalla macchina un treno era quasi finito sopra la giostra di Pino. Ma non era strano, era solo un evento più grande dei proiettili nel muro del Florian, perché i treni saltavano, era una possibilità. E bisognò convincersi che fosse solo un incidente.

Quando sono cresciuto San Benedetto smetteva, piano piano, di crescere. Dopo aver corso per tutto un secolo si viveva, senza accorgersene, la cresta di un’onda che era sì il momento più alto, ma dietro la quale sarebbero venuti questa mancanza di idee, questa mancanza di spinte. Vabbè, dici, non è il problema di San Benedetto ma della Nazione.

Come si vive a San Benedetto? Abbastanza bene, grazie.
Solo che ci vivevo meglio vent’anni fa. E non perché ero più giovane, ma perché quando andavo al mare d’inverno non trovavo una muraglia cinese intorno ai casotti. Perché la città era dei sambenedettesi e non dei commercianti/albergatori/ristoratori/altro, perché anche loro prima di essere commercianti/albergatori/ristoratori/altro erano sambenedettesi. E’ collassata la città e quel non detto di condivisione di obiettivi e di comportamenti. Chi si riconosce ancora nella statua del pescatore?

C’è gente in giro. Gente che si maschera in una sera d’estate, gente che organizza concerti, gente che scatta foto e gente che organizza mostre. Gente che legge in giro. Non sono tanti, eh. Però non li incontri nelle sale d’aspetto dei comuni. E’ gente che crede d’essere creativa, che chiede una libertà d’azione che qualcuno non riesce a capire e concedere. Perché magari fanno tardi la notte. Energia grossolana, che sbatte senza concentrare le forze in un punto per fare breccia nella diga di questa classe dirigente fallimentare. (Oh, i politici per carità, ma non è che voi negozianti o costruttori o pescatori o avvocati state messi meglio).

Passata l’onda, ora è bonaccia. Aspettiamo il vento o cominciamo a remare?

[Nota. Abito a Grottammare, ho un ufficio ad Acquaviva, esco con gli amici a San Benedetto. Per me San Benedetto non è quella del catasto, ma l'insieme delle persone che, almeno da Cupra a Monteprandone, si incontrano e costruiscono relazioni.]

Essere l’avanguardia, studiare Dante

Ho incrociato Edoardo Sanguineti tre volte.Dore woodcut Divine Comedy 01 Essere lavanguardia, studiare Dante

La prima volta ci aveva spedito Carlo a San Gimignano, a me e Gabriele. Si era unita a noi Maura, di cui poi avrei sentito parlare per i suoi documentari, ma che non vedo più da una vita. Sanguineti era stato chiamato, con Mario Luzi e Alessandro Parronchi, dal Centro Studi sul Classicismo. Lui, l’avanguardista, doveva parlare dei suoi classici, del suo canone. Finì con me e Gabriele di fronte ad una bottiglia di grappa rotta sugli scalini della piazza e con una sonettessa in acrostico spedita a Carlo a tenzone. Uno dei versi era “E. Sanguineti, Belzebù dei tini”. Ci ispirava la sua faccia dantesca.

La seconda volta lo incrociai dopo una sua conferenza all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Era il periodo in cui cominciavo ad occuparmi di letteratura e canzone. In genere dopo i concerti mi presentavo dal musicista di turno e gli chiedevo “e tu come scrivi canzoni”? Quella volta mi presentai da lui (quello del Laborintus musicato da Berio) e gli chiesi (col lei) “che musica ascolta”? Disse che s’annoiava con le canzoni, che le trovava troppo passatiste. Che lui tra i Beatles e i Rolling Stones, stava con gli Stones. Poi avrebbe sperimentato il rap.

La terza eravamo ad Urbino. Carlo mi infilò ad una cena di un convegno in cui si parlava di Leonardo da Vinci. La cena si teneva dopo uno spettacolo di Dario Fo in Piazza Ducale. Con un gioco di sedie Carlo fece per sedersi di fronte a Sanguineti mi fece sedere e poi, dopo un minuto, era sparito all’altro capo della tavola, accanto alla moglie. Mi trovai così tra Sanguineti e la vedova di Paolo Volponi. Quella sera finì a parlare della mia tesi e di qualche ricerca che cominciavo a fare sull’informatica e la letteratura. Finì a passeggiare con la signora, un filosofo tedesco e un’italiana che insegnava in Inghilterra, per le vie d’Urbino e verso i Torricini.

Il primo a farmi leggere qualcosa di Sanguineti fu Gabriele, in una stanza al secondo piano di via Don Minzoni, dove eravamo imboscati a parlare di poesia in sei o sette. La poesia era questa:

nella mia vita ho già visto le giacche, i coleotteri, un inferno stravolto da un
[Doré,
il colera, i colori, il mare, i marmi: e una piazza di Oslo, e il Grand Hôtel
des Palmes, le buste, i busti:
ho già visto il settemmezzo, gli anagrammi, gli etto-
grammi, i panettoni, i corsari, i casini, i monumenti a Mazzini, i pulcini, i
[bambini,
Ridolini:
ho già visto i fucilati del 3 maggio (ma riprodotti appena in bianco
e nero), i torturati di giugno, i massacrati di settembre, gli impiccati di marzo,
di dicembre: e il sesso di mia madre e di mio padre: e il vuoto, e il vero, e il
[verme
inerme, e le terme:
ho già visto il neutrino, il neutrone, con il fotone, con
[l'elettrone
(in rappresentazione grafica, schematica): con il pentamerone, con
[l'esamerone: e il sole,
e il sale, e il cancro, e Patty Pravo: e Venere, e la cenere: con il mascarpone (o
mascherpone), con il mascherone, con il mezzocannone: e il mascarpio (lat.),
[a *manus
carpere:
ma adesso che ti ho visto, vita mia, spegnimi gli occhi con due dita, e
[basta: