Che c’è di meglio?

4258823601 d1a45f9c54 b Che cè di meglio?

Mi piacerebbe usare il tempo che ho a disposizione per parlare di alcune cose che mi sono venute in mente. Il più delle volte abbiamo tanta fretta che le occasioni per parlare sono ben poche. Il risultato è una specie di superficialità quotidiana senza fine, una monotonia che anni dopo ti porta a chiederti che ne è stato del tuo tempo e a rimpiangere che sia trascorso. Ora, invece, vorrei usare il mio per parlare un po’ a fondo di cose che sembrano importanti.

Quel che ho in mente è una specie di Chautauqua – non riesco a definirlo altrimenti -, come i Chautauqua ambulanti che si rappresentavano sotto un tendone e si spostavano da un capo all’altro dell’America, l’America in cui siamo noi adesso, una serie di conversazioni popolari intese a edificare e divertire, a migliorare l’intelletto e a portare cultura e illuminazione alle orecchie e ai pensieri degli ascoltatori. I Chautauqua furono soppiantati dal ritmo più serrato della radio, del cinema e della televisione, e non mi pare che sia stato in assoluto un grosso progresso. Forse grazie a questi cambiamenti il torrente della coscienza nazionale è più rapido e copioso, ma mi pare che scorra meno in profondità. I vecchi canali non riescono a contenerlo e si direbbe che che nella sua ricerca di sbocchi nuovi esso semini lungo le sue sponde rovina e distruzione. Con questo Chautauqua non mi propongo di aprire qualche nuovo canale di coscienza, ma semplicemente di scavare più a fondo in quelli vecchi, ormai ostruiti dalle macerie di pensieri divenuti stantii e di ovvietà troppo spesso ripetute. L’eterno «Che c’è di meglio?», che scava in profondità invece che in ampiezza. Nella storia dell’umanità ci sono state epoche in cui i canali di pensiero avevano un corso talmente determinato che nessun cambiamento era possibile; non succedeva mai niente di nuovo e “il meglio” era una questione di dogma, ma non è il nostro caso.
Adesso sembra che il torrente della nostra coscienza comune stia straripando, perdendo la sua direzione e il suo scopo centrale, senza altro scopo se non quello del rovinoso compimento del suo impulso interiore.

Penso solo che la fuga dalla tecnologia e l’odio nei suoi confronti portino alla sconfitta. Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore. Pensare altrimenti equivale a sminuire il Buddha – il che equivale a sminuire se stessi. Ed è di questo che voglio discutere nel mio Chautauqua.

Robert M. Pirsig
Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
1974

se guardi nelle tasche della sera…

Ho sempre avuto le tasche piene di oggetti. Appartengo a quella specie di persone che fatica a buttare le cose che raccoglie. Pezzi di spago, fermagli, elastici. Ho dovuto fare uno sforzo per imparare a lasciarli da parte, a svuotare le tasche che mano a mano si riempivano. Il vizio non mi è passato del tutto. Mi ritrovo spesso scontrini di bar e di autogrill dove sono entrato una sola volta e che casualmente mi ricordano un posto e delle persone. Forse li lascio in tasca per quello, perchè possano saltar fuori un giorno per sbaglio.

001 se guardi nelle tasche della sera...

Simili alle tasche sono le pagine delle mie agende, le borse di tutte le taglie, nelle quali si accumulano gli episodi di un viaggio. Mi piace raccogliere e tenere insieme tutti i titoli di viaggio, i biglietti navali, gli adesivi degli aeroporti, i biglietti degli autobus. Li metto da parte, aspettando che saltino fuori anche loro un giorno a ricordarmi qualcosa che non sapevo più.

Il titolo del blog l’ho pescato da Un altro giorno è andato di Francesco Guccini. E’ un titolo di viaggio. Cercherò di parlare di canzone prossimamente, anche se non avrà molto a che fare con la tecnologia e coi viaggi, che è invece il nodo su cui voglio scrivere. Le canzoni però saranno come i biglietti che ho messo da parte, salteranno fuori a darmi un ricordo o a sollecitare una riflessione o solo perchè mi sono passate per la testa due parole.