gen
17
2010

Ieri sera tornavo dalla visione di Avatar e cominciavo a pensare di buttar giù qualche idea suggerita dal film. Ho raggiunto degli amici per una birra e un paio di loro erano stati a vederlo il giorno prima. Questa mia amica ha detto subito
“non mi è piaciuto, è una retorica vecchia, il film è scontato”. Mi sono ficcato in una discussione piuttosto appassionata che mi è servita però per mettere in chiaro diverse cose.
Il punto di partenza è che Avatar è un film per la massa. Non è un film per geek e non è un film da vedere in una saletta con quattro cinefili. Va visto con un cinema pieno di gente e pop corn. Va visto con chi guarda il Grande Fratello e si sbraccia per X-Factor.
Il secondo punto è che la trama è semplice, lineare, perfettamente comprensibile. Non devi aspettarti colpi di scena spiazzanti. Le cose andranno come è giusto che vadano.
Il terzo punto è che gli effetti speciali “mascherano” i messaggi. Attento a goderti gli effetti di spazialità offerti da una porta sporca, piuttosto che dai voli tra i rami degli alberi, nemmeno ti accorgi di cosa sta dicendo il film.
Il quarto punto è che è un film pieno di citazioni. La rete delle citazioni è costruita sulla cultura pop del pubblico che andrà a vedere il film e il “già visto” aiuta la decodifica dei messaggi. Il modello del colonnello dei marines è certamente Robert Duvall in Apocalypse Now, che fa surf sul Mekong mentre la cavalleria aerea lancia napalm tutto intorno. Lo shuttle bianco con la prua trapezoidale si chiama Valkyria come l’astronave da bombardamento del videogioco Starcraft.
Il passaggio cruciale però è quello del senso del film. Qual’è il messaggio? Di cosa parla questo blockbuster?
A mio parere Avatar è un film di propaganda (almeno quanto e come lo era Casablanca).
L’obiettivo principale è mettere al centro, per le masse, il concetto di equilibrio nella natura. Mentre in Star Wars l’equilibrio nella forza è riconducibile allo scontro tra Bene e Male, in Avatar l’equilibrio naturale fa più riferimento al ciclo della vita, al comune destino delle specie naturali con ritualità che sembrano prese in prestito dagli Indiani d’America. Diversi elementi nel film sembrano collegare i Navi anche ai Night Elves di Warcraft.
Semplifica il concetto di rete e di intelligenza collettiva/connettiva che era così centrale in Matrix. Semplificandolo e portandolo ad un livello “magico” fortemente emotivo.
Inoltre c’è un rovesciamento del punto di vista che, in un film di così largo consumo, è insolito. I marines sono i cattivi, sono venduti a degli affaristi che per denaro turbano lo scorrere naturale della vita. Certo il punto di vista a favore dei selvaggi non è nuovo (da Soldato Blu a Balla coi lupi) ma in un film di fantascienza rappresenta qualcosa di più perché, per paradosso, è proprio la tecnologia ad essere sconfitta dalla natura. Ve li immaginate gli americani, con due fronti di guerra aperti, che a fine film urlano “marines go home”?
E voi che ne pensate?
Possibly Related Posts:
3 commenti | tags: apocalypse now, avatar, barack obama, james cameron, navi, starcraft, warcraft | inserito in Parole
gen
9
2010

Mi piacerebbe usare il tempo che ho a disposizione per parlare di alcune cose che mi sono venute in mente. Il più delle volte abbiamo tanta fretta che le occasioni per parlare sono ben poche. Il risultato è una specie di superficialità quotidiana senza fine, una monotonia che anni dopo ti porta a chiederti che ne è stato del tuo tempo e a rimpiangere che sia trascorso. Ora, invece, vorrei usare il mio per parlare un po’ a fondo di cose che sembrano importanti.
Quel che ho in mente è una specie di Chautauqua – non riesco a definirlo altrimenti -, come i Chautauqua ambulanti che si rappresentavano sotto un tendone e si spostavano da un capo all’altro dell’America, l’America in cui siamo noi adesso, una serie di conversazioni popolari intese a edificare e divertire, a migliorare l’intelletto e a portare cultura e illuminazione alle orecchie e ai pensieri degli ascoltatori. I Chautauqua furono soppiantati dal ritmo più serrato della radio, del cinema e della televisione, e non mi pare che sia stato in assoluto un grosso progresso. Forse grazie a questi cambiamenti il torrente della coscienza nazionale è più rapido e copioso, ma mi pare che scorra meno in profondità. I vecchi canali non riescono a contenerlo e si direbbe che che nella sua ricerca di sbocchi nuovi esso semini lungo le sue sponde rovina e distruzione. Con questo Chautauqua non mi propongo di aprire qualche nuovo canale di coscienza, ma semplicemente di scavare più a fondo in quelli vecchi, ormai ostruiti dalle macerie di pensieri divenuti stantii e di ovvietà troppo spesso ripetute. L’eterno «Che c’è di meglio?», che scava in profondità invece che in ampiezza. Nella storia dell’umanità ci sono state epoche in cui i canali di pensiero avevano un corso talmente determinato che nessun cambiamento era possibile; non succedeva mai niente di nuovo e “il meglio” era una questione di dogma, ma non è il nostro caso.
Adesso sembra che il torrente della nostra coscienza comune stia straripando, perdendo la sua direzione e il suo scopo centrale, senza altro scopo se non quello del rovinoso compimento del suo impulso interiore.
Penso solo che la fuga dalla tecnologia e l’odio nei suoi confronti portino alla sconfitta. Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore. Pensare altrimenti equivale a sminuire il Buddha – il che equivale a sminuire se stessi. Ed è di questo che voglio discutere nel mio Chautauqua.
Robert M. Pirsig
Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
1974
Possibly Related Posts:
nessun commento | tags: Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Robert Pirsig, Tecnologia, web 2.0 | inserito in Parole