mag 18 2010

Essere l’avanguardia, studiare Dante

Ho incrociato Edoardo Sanguineti tre volte.Vedi là Farinata che s'è dritto, dalla cintola in sù tutto il vedrai

La prima volta ci aveva spedito Carlo a San Gimignano, a me e Gabriele. Si era unita a noi Maura, di cui poi avrei sentito parlare per i suoi documentari, ma che non vedo più da una vita. Sanguineti era stato chiamato, con Mario Luzi e Alessandro Parronchi, dal Centro Studi sul Classicismo. Lui, l’avanguardista, doveva parlare dei suoi classici, del suo canone. Finì con me e Gabriele di fronte ad una bottiglia di grappa rotta sugli scalini della piazza e con una sonettessa in acrostico spedita a Carlo a tenzone. Uno dei versi era “E. Sanguineti, Belzebù dei tini”. Ci ispirava la sua faccia dantesca.

La seconda volta lo incrociai dopo una sua conferenza all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Era il periodo in cui cominciavo ad occuparmi di letteratura e canzone. In genere dopo i concerti mi presentavo dal musicista di turno e gli chiedevo “e tu come scrivi canzoni”? Quella volta mi presentai da lui (quello del Laborintus musicato da Berio) e gli chiesi (col lei) “che musica ascolta”? Disse che s’annoiava con le canzoni, che le trovava troppo passatiste. Che lui tra i Beatles e i Rolling Stones, stava con gli Stones. Poi avrebbe sperimentato il rap.

La terza eravamo ad Urbino. Carlo mi infilò ad una cena di un convegno in cui si parlava di Leonardo da Vinci. La cena si teneva dopo uno spettacolo di Dario Fo in Piazza Ducale. Con un gioco di sedie Carlo fece per sedersi di fronte a Sanguineti mi fece sedere e poi, dopo un minuto, era sparito all’altro capo della tavola, accanto alla moglie. Mi trovai così tra Sanguineti e la vedova di Paolo Volponi. Quella sera finì a parlare della mia tesi e di qualche ricerca che cominciavo a fare sull’informatica e la letteratura. Finì a passeggiare con la signora, un filosofo tedesco e un’italiana che insegnava in Inghilterra, per le vie d’Urbino e verso i Torricini.

Il primo a farmi leggere qualcosa di Sanguineti fu Gabriele, in una stanza al secondo piano di via Don Minzoni, dove eravamo imboscati a parlare di poesia in sei o sette. La poesia era questa:

nella mia vita ho già visto le giacche, i coleotteri, un inferno stravolto da un
[Doré,
il colera, i colori, il mare, i marmi: e una piazza di Oslo, e il Grand Hôtel
des Palmes, le buste, i busti:
ho già visto il settemmezzo, gli anagrammi, gli etto-
grammi, i panettoni, i corsari, i casini, i monumenti a Mazzini, i pulcini, i
[bambini,
Ridolini:
ho già visto i fucilati del 3 maggio (ma riprodotti appena in bianco
e nero), i torturati di giugno, i massacrati di settembre, gli impiccati di marzo,
di dicembre: e il sesso di mia madre e di mio padre: e il vuoto, e il vero, e il
[verme
inerme, e le terme:
ho già visto il neutrino, il neutrone, con il fotone, con
[l'elettrone
(in rappresentazione grafica, schematica): con il pentamerone, con
[l'esamerone: e il sole,
e il sale, e il cancro, e Patty Pravo: e Venere, e la cenere: con il mascarpone (o
mascherpone), con il mascherone, con il mezzocannone: e il mascarpio (lat.),
[a *manus
carpere:
ma adesso che ti ho visto, vita mia, spegnimi gli occhi con due dita, e
[basta:

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apr 3 2010

Ricordi di scuola

Povero Guerreschi: a diciott’anni era già un uomo e si vergognava di queste cose… Io invece, grazie a Dio, no.”
Giovanni Mosca

Non ricordo se fosse autunno o primavera, né tantomento l’anno, in cui il professor Civardi ci fece leggere dal libro di italiano un racconto di Giovanni Mosca, tratto da Ricordi di scuola.

Ripatransone, Il vicolo più stretto d'Italia

Nel racconto (che potete leggere qui in estratto) il giovane maestro si trovava a fronteggiare, alla prima nomina, una classe di bambini terribili. E’ un libro in cui Mosca racconta con ironia e garbo un paese che si trasforma sotto il fascismo, in cui le divisioni sociali si amplificano. I ricchi si chiamano ricchi, i poveri si chiamano poveri. E in cui però un giovane maestro può prendere in mano la sua classe e portare il capobanda fino al Liceo e alla promozione sociale.

Un altro passaggio del libro si trova qui.

Anni dopo, finito il Liceo Classico e appena iscritti all’Università, Marco ed io incontrammo Civardi in un bar. Ci chiese cosa stavamo facendo. “Lettere” abbiamo risposto, con una punta di orgoglio di fronte alla persona che ci aveva probabilmente indirizzato su quella strada. “Babbei” ci rispose “dovevate iscrivervi ad Ingegneria, oggi”.

Oggi è morto uno dei figli di Giovanni Mosca, simbolo di un’altra Italia.

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